Il benessere digitale contro la dipendenza da smartphone [Editoriale]

1 luglio 20186 commenti

In occasione della presentazione di Android P Google ha molto insistito sul benessere digitale, proponendo una serie di nuove funzioni volte ad aiutarci a ridurre il tempo che trascorriamo davanti allo smartphone.

Nella nuova versione del nostro SO preferito troveremo, infatti, una dashboard in grado di dirci esattamente quanto tempo abbiamo utilizzato lo smartphone durante la giornata e come lo abbiamo suddiviso tra le varie applicazioni. Sarà inoltre possibile impostare un tempo di utilizzo massimo per ogni app, trascorso il quale riceveremo una notifica, nonchè un orario oltre il quale lo schermo inizierà a “scolorirsi” per ricordarci che è giunto il momento di andare a dormire.

benessere digitale Android P

Ma, ci si può chiedere, il problema della dipendenza da smartphone è reale? Si, inutile negarlo. La sindrome da dipendenza da smartphone ha infatti persino una sua voce su Wikipedia e vi abbiamo già riportato ricerche che dimostrano come questi dispositivi, se usati senza criterio, siano in grado di arrecare danni alla nostra salute.

Secondo uno studio condotto da Ipos per Motorola, quasi la metà del campione intervistato afferma di controllare il proprio smartphone più frequentemente di quanto vorrebbe, con il 44% che si sente quasi obbligato a farlo. Inoltre, più della metà degli intervistati nati tra la metà degli anni ’90 e il 2010 ritiene lo smartphone il proprio “migliore amico”.

La Royal Society for Public Health, invece, ha rilevato come all’abuso dei social si possa correlare un deterioramento della salute mentale degli individui (soprattutto dei più giovani), fino all’insorgere della famigerata FoMO. Sembra inoltre, come riporta Moment, che la felicità percepita dai soggetti sia inversamente proporzionale alla quantità di tempo trascorsa sui social.

La necessità di ridurre il tempo trascorso davanti allo smartphone viene avvertita da sempre più persone, come testimonia, ad esempio, il grande successo avuto da app come Quality Time o Forest, che hanno superato il milione di download. Anche Apple, per la cronaca, sembra essere conscia della situazione, visto che potrebbe portare su iOS 12 funzioni simili a quelle viste su Android P.

Appurato questo, possiamo chiederci se queste nuove funzioni volute da Google siano effettivamente un utile alleato. Non sono un medico, ma la risposta che mi sono dato è sì, anche se limitatamente all’ambito della prevenzione.

Ci sono infatti soggetti che riportano i sintomi della nomofobia, capace di scatenare, in lontananza del telefono, veri e propri attacchi di panico, con vertigini, tremori, nausea e tachicardia. In casi come questi, per migliorare la qualità della propria vita, sarebbe “forse” consigliabile cercare l’aiuto di uno specialista, per intraprendere uno specifico percorso terapeutico.

Infatti, come per qualsiasi altra dipendenza, è indispensabile riconoscere di avere un problema e avere la volontà di risolverlo. Queste funzioni perdono quindi ogni efficacia se chi dovrebbe beneficiarne sceglie deliberatamente di non farlo.

Bisogna però tenere bene a mente che non esistono solo il bianco e il nero. È vero, ci sono persone davvero assuefatte allo smartphone e che manifestano sintomi simili a quelli dell’astinenza da stupefacenti se ne sono privati (così come ci sono persone come i miei nonni che a malapena sanno cosa sia Facebook). Ma esistono anche diversi individui che non possono definirsi “malati” e che semplicemente usano i propri dispositivi un po’ troppo. In questi casi, come accennato prima, trovo davvero utili le nuove funzioni proposte da Google, tanto per evitare di cadere in una dipendenza vera e propria quanto per evitare di rubare qualche ora di troppo al sonno o di distrarsi eccessivamente durante una breve pausa dallo studio o dal lavoro.

Chiudiamo cercando di rispondere ad un’altra domanda: Perchè Google si sta mostrando così interessata al nostro benessere digitale? Rimorso? Probabilmente no.

Ferma restando la buona fede con la quale accogliamo questo importante sforzo da parte di Big G, bisogna ricordare come anche questo tipo di comportamenti possa essere riconducibile ad una logica economica. Siamo infatti nell’ambito della Corporate Social Responsibility, per cui per le aziende risulta conveniente impegnarsi nel sociale e, più in generale, “comportarsi bene”, perché da ciò possono derivare sicuri vantaggi in termini di vendite, di reputazione e di motivazione dei dipendenti.

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